lunedì, novembre 30, 2009

Recensione Vinicio Steccanella: "Il cane che aspettava le stelle"

Il romanzo “Il cane che aspettava le stelle” arriva in questi giorni nelle librerie spinto dall’onda d’urto del successo di pubblico e di critica ottenuto da “Il secondogenito” che l’ha preceduto sugli scaffali poco più di un anno fa. Per Ferdinando Balzarro quello fu un libro di svolta, sia dal punto di vista della tecnica letteraria, sia per la raggiunta maturità artistica. Successo e riconoscimenti si diceva, dei quali sarebbe bastato molto meno per generare appagamento, negare l’esigenza di ulteriore studio e applicazione, stroncare gli stimoli ad un nuovo esercizio o ancor peggio portare ad un nuovo lavoro costruito senza elementi di novità, minato alle fondamenta dalla presunzione. L’aspettativa da parte dei lettori era grande, tanto quanto l’eventuale delusione che avrebbe potuto accompagnare questa nuova produzione.
Balzarro con “Il cane che aspettava le stelle” mette ancora una volta in mostra la sua preziosa vena artistica, assecondandola meravigliosamente. Libro dopo libro, ci stupisce per il progresso continuo, quasi una accelerazione, per la sempre maggiore completezza e la profondità di pensiero. Ci affascina con la sua scrittura non convenzionale, che presenta accenni barocchi senza essere pretenziosa, con la sua caratteristica corposa aggettivazione che non risulta mai ridondante. Balzarro invita alla riflessione, chiama approfondimenti. Non abbellisce, mostra. Seduce senza compiacere, affascina senza omologare.
Nei precedenti romanzi, i personaggi suscitavano emozioni controverse: spesso era l’invidia, per lo status o i costumi disinvolti, talvolta una stizzita avversione, raramente simpatia. Questa volta invece Balzarro ci viene incontro, stemperando il suo consueto cinismo in un crudo realismo. Mai come questa volta i personaggi richiamano solidarietà e suscitano commozione.
L’architetto Filippo Menfi è un uomo di genio e il successo permea la sua vita, lo accompagna, ne riveste la scorza, ne condisce cinicamente i pensieri. Un dramma familiare, il più sconvolgente in assoluto, inaspettatamente lo travolge e nulla sarà più come prima. La ricerca di qualcosa di inopinatamente perduto, il desiderio di conoscere quanto fino ad allora trascurato, lo pone nella condizione di ripensare, se non ad una nuova vita, ad una esistenza diversa. Lentamente muta pelle, svestendosi progressivamente delle sovrastrutture dettate dal successo. Tutto sarà reso più facile attraverso l’inaspettato incontro con Lara e nel rapporto tra uomo e animale che inevitabilmente si instaurerà. Da quel momento guarderà il mondo anche attraverso il filtro degli occhi di quella compagna di vita che lo sorprenderà per la dedizione assoluta, la disponibilità totale e la fedeltà incorruttibile.
La presenza narrante di Balzarro ci conduce alla scoperta di un uomo, disseziona con il bisturi il suo cuore confuso e ferito e la vicenda diventa pretesto per una analisi dei nostri tempi e dell’umanità intera.
I romanzi di Balzarro al pari di una salita in montagna non sono sempre una esperienza agevole. Impongono una lettura priva di distacco, rendono quasi necessario il coinvolgimento, spesso restituiscono il turbamento di una condivisione. Si sale di metro in metro, si avanza di pagina in pagina, qualche volta il percorso è più facile, qualche passaggio è più drammatico o spiazzante di altri. L’esperienza è resa faticosa dalla tensione e dai tumulti del cuore, alimentati dall’aspettativa e dall’immaginazione, confermati nella sorpresa davanti ad un accesso impensabile fino alla pagina precedente.
Si sale, pagina dopo pagina, assaporando emozioni talvolta contrastanti, scacciando una qualche piccola angoscia che potrebbe far desistere, assecondando il piacere della scoperta, sospinti dall’esaltazione e dal conforto di una suggestione profonda. Al termine del percorso, qualcuno troverà una meravigliosa distesa sul mondo e l’inizio di una discesa, altri un profondo precipizio e l’inevitabile fine. E’ la sensazione di una notte trascorsa appesi in parete, stretti ad una vita agganciata ad un chiodo. Alla fine, un brivido freddo di esaltante bellezza ti avvolge.
Dieci, è il voto dell’eccellenza, oltre che il numero dei libri già pubblicati da Ferdinando Balzarro. In un semplice numero cardinale si intersecano una valutazione e un dato oggettivo, ne condividono uno spazio, quali somma di merito e di sostanza. Nel libro “Il cane che aspettava le stelle” si combinano così il valore di un giudizio e quello di una concreta esperienza creativa: Dieci.
L’aspettiamo ancora signor Balzarro, con nuove storie che lei ha dato prova di saper raccontare. Il nostro mondo oramai decadente, ha bisogno di nuovi eroi, giovani o vecchi che siano, con un passato losco o da galantuomini, donne schiacciate dalla loro stessa esistenza, ragazzi impossibilitati ad averne una, soprattutto persone normali, che non lasciano che le giornate scorrano inutili; l’aspettiamo ancora, magari con la storia di qualcuno per cui invecchiare ha avuto un senso.

sabato, novembre 21, 2009

Recensione di Renata Adamo: "Il cane che aspettava le stelle"

Tutti cadiamo, questa mano cade
guardati intorno e tutto intorno cade

(Rainer M. Rilke)

L’ultimo romanzo di Ferdinando Balzarro, Il cane che aspettava le stelle, non si discosta granché dai romanzi precedenti per lo stile che rimane quello proprio dell’autore. Le pagine sono segnate dalla consueta carica di furore, dalla tensione narrativa cui mai egli concede di decantare. Il ritmo della narrazione è quello cui ci ha abituato: un ritmo personalissimo, asciutto e ridondante, allo stesso tempo.
Questo romanzo tuttavia si discosta dai precedenti perché ha per tema il commiato.
Nelle opere che precedono Il cane che aspettava le stelle, l’autore rimane con i piedi ben piantati nel mondo, nello svolgersi delle umane vicende, cui dà risposte lucide, benché sempre segnate da una visione pessimista, al limite del nichilismo.
In questo romanzo, come ho detto, il cuore della narrazione è il commiato.
Il commiato ha stretta parentela con la morte. E la morte è diffusamente presente nell’ultima opera di Balzarro benché essa non sia, a mio parere, la protagonista principale di questo romanzo, quanto piuttosto il pretesto grazie alla quale questo commiato si compie.
Scrive Simone Weil, filosofa e matematica, morta a soli trentaquattro anni: giunge nella vita un periodo in cui essa rallenta singolarmente il corso, come se esitasse a procedere o volesse mutare direzione. E’ facile allora, incorrere nella sventura.
Questa frase potrebbe costituire l’incipit della mia recensione. Mancava infatti alla parola commiato, alla parola morte, l’ultima, non per questo meno importante, che è motore delle prime due: la sventura.
La sventura batte all’improvviso con il suo tocco delicato e tremendo sulla spalla del protagonista.
L’uomo è un predatore. Ha cinquantacinque anni, un’età nella quale si può cadere nella sventura nel volgere di un attimo.
Al momento, Filippo Menfi è’ un personaggio maturo, dotato di grande fascino. Un personaggio che ubbidisce al solo principio del godimento dal quale ricava gratificazioni che debbono soddisfare in primo luogo se stesso. L’architetto vola di successo in successo, sia nell’ambito della sua professione, sia in quello di consumato dongiovanni.
Filippo coltiva il proprio narcisismo come un’arte, esibendo un’avversione gelida verso qualsiasi ostacolo osi porre limiti alla sua vita di gaudente, fosse anche la notizia della morte di un figlio. Suo figlio, Antonio.
La sventura che tocca Menfi ha inizio da qui. Essa non è da collegarsi tanto al lutto per la perdita di un figlio quanto piuttosto all’ impreparazione che lo coglie di fronte a qualcosa d’ inedito, come il dolore.
L’autore fa emergere un ritratto compiuto del protagonista, nel quale bene si coniugano il tema universale del commiato con quello, più accessibile, dell’educazione sentimentale di un maturo libertino.
Filippo non sa riconoscere la sventura neppure davanti alla demenza e al successivo suicidio della moglie. Non lo sa perché il figlio non ha rappresentato per lui il centro dell’esistenza. I contatti con Antonio sono sempre stati sporadici, distratti, al limite dell’indifferenza.
In assenza della madre tocca a Filippo prendersi cura di Antonio dopo la sua morte. Deve scoprirne le abitudini, il luogo dove abita - una graziosa villetta sulle colline della città, che egli stesso aveva realizzato e gli aveva donato. Deve venire a contatto con le relazioni che Antonio ha intrecciato nel corso della sua breve vita.
Filippo decide di andare ad abitare nella casa che era appartenuta al figlio. In questo modo, per la prima volta, entra nella sua vita. Tocca gli oggetti che gli sono appartenuti, impara ad apprezzarne il gusto, conosce la sua governante, Gloria, una donna dolce e protettiva che lo accoglie con benevolenza. Conosce Barbara, la fidanzata di Antonio, della quale si innamora perdutamente.
Barbara è una sorta di controfigura al femminile di quello che è stato Filippo fino alla morte del figlio. Ha grande fascino ma è dura e spietata. Le armi di Barbara sono quelle che il protagonista conosce alla perfezione avendole maneggiate per lungo tempo. Barbara appare in veste di nemesi . I colpi che Filippo ha inferto alle sue relazioni sentimentali, gli vengono restituiti tutti, senza misericordia.
Al centro del dramma che Filippo si trova ad interpretare, ricco di colpi di scena quanto di improvvise , estatiche rivelazioni, c’è il cane che aspettava le stelle. Lara, un bovaro bernese che era appartenuto ad Antonio.
Il vero sodalizio in questo romanzo è quello che avviene tra l’uomo e il cane. Lara è colei che gli apre il cuore, che gli fa intendere il senso atroce della perdita, quella di Antonio innanzitutto ma anche degli affetti che gli sono via via scivolati dalle mani. E’ ancora Lara l’ispiratrice della trasformazione di Filippo da libertino in uomo che sceglie l’esilio dal mondo.
Lei è l’innocenza che si svela al protagonista grazie all’osservazione del suo comportamento: un modo di agire semplice ma, proprio per questo, non eludibile. Lara gli insegna qualcosa che gli era affatto sconosciuta: l’attesa paziente. Ogni sera, il cane si accuccia accanto al cancello della villa e aspetta il ritorno di Antonio. L’affetto per Filippo è fuori discussione ma, a sera, il posto di Lara è accanto al cancello.
Ed è ancora Lara la compagna fedele del passaggio all’ombra del protagonista, del suo commiato dal mondo.
Rimane un’ultima figura dalla quale prendere commiato affinché la solitudine di Filippo sia priva di appigli capaci di tenerlo aggrappato al mondo.
Diverse volte egli ha interrogato il cielo. E in questo modo ha interrogato Dio. “Mon Dieu!”, grida il protagonista, che all’Eterno si rivolge nella lingua che era appartenuta a sua madre.
Je suois dèsolé ! Non ci riesco! non riesco a digerire l’idea che l’immane orrore che avvolge la Terra rientri negli inesplicabili progetti di un Dio silente…
…Oui, Mon Dieu, je renonce à ton miséricordieux pardon…
L’ultimo atto del commiato è dunque la rinuncia. Questa rivolta, a mio personale avviso, ha analogie con quella di Lucifero che rinuncia al godimento di Dio per cadere sulla Terra. Rinuncio! Grida l’angelo ribelle. Rifiuto la tua assenza, la tua distanza dal mondo e dal suo selvaggio dolore…!
A questo quadro, ormai compiuto, va aggiunto un tassello, uno scritto a margine che, con il tema del commiato, ha indubbi legami: il testamento.
Il testamento è, in sintesi, il contenuto della terza e ultima parte del romanzo.
L’originalità di questa appendice della narrazione sta nel fatto che essa è scritta da Filippo Menfi medesimo, essendo tutti i protagonisti del dramma morti o perduti. E, tra questi, la stessa voce narrante.
Filippo, cui non è più concessa neppure la consolazione di Lara, che riposa in una piccola fossa ricavata nel giardino, rifiuta di subire la prova dell’estrema vecchiezza(pag. 150, ib). Egli riconosce nel proprio corpo il decadimento che avanza. Spietatamente torna con la mente ai passaggi della sua vita. Dalla giovinezza all’età dell’oro: la maturità. Dice Filippo Menfi: Pare che ci siano esperienze alle quali non si può sopravvivere, e forse non è giusto sopravvivere. Come la morte di un figlio, per esempio… (pag. 148, ib.).
Il suicidio nel mondo occidentale cristiano è considerato la colpa più grave. Non così nella cultura orientale e, in particolare nel Giappone di epoca medievale, ove il samurai che fa seppukku è grandemente onorato.
Morire inginocchiati sotto un albero di ciliegio in fiore. Questa è la somma aspirazione del samurai.
Darsi dignitosamente la morte è pure l’aspirazione di Filippo Menfi, un samurai dell’Occidente.

martedì, settembre 30, 2008

CLASSE DI FERRO

I corpi giovani si distinguono per elasticità, forza, resistenza, abilità motoria.
I corpi vecchi si distinguono per rigidità, debolezza, anchilosi articolare, deficit motorio.
Si tratta ora di stabilire quando un corpo smette di essere giovane per iniziare la sua progressiva, inderogabile, a volte pietosa, discesa negli abissi della così detta terza età.
Dal punto di vista prettamente anagrafico credo non vi siano dubbi.
Sappiamo infatti che, con buona approssimazione, dai sessanta in su, il tempo della “gloria” è decisamente trascorso. Nel campo sportivo, inoltre, tale dato si abbassa drasticamente, al punto che, per numerose discipline più o meno olimpiche, i trenta, trentacinque anni, sono un traguardo difficilmente superabile.
Logica e buon gusto vorrebbe che, là dove la performance preveda gestualità di tipo atletico, siano appunto i giovani a cimentarsi nella competizione o nell’esibizione, mentre, qualunque altro tentativo di prestazione tecnico muscolare dimostrata da un over cinquanta, ancorché sorretta da encomiabile professionalità, grande esperienza e sincera passione, con buone probabilità rischierebbe di scadere nella malinconica dimensione del patetico. Pare invece che, nel magico mondo delle arti marziali, le dure leggi biologiche si scontrino con un tipo di realtà affatto diversa. Infatti la biologia ha dimenticato di fare i conti con una categoria importantissima, vero e proprio pilastro umano e culturale, figura centrale nel complesso universo marziale, tenace totem di forza inesauribile eccellente classe e longeva efficienza. Sto alludendo alla prestigiosa, iper osannata, a volte venerata, figura del Maestro. Ebbene, pare proprio che i maestri di karate non ne vogliano sapere di invecchiare, per lo meno non se la sentano di ammetterlo, o, più precisamente, non vogliano riconoscerlo proprio i loro ben più giovani ed esuberanti allievi, pronti a scommettere che, forte e imbattibile come il loro Sen-Sei, non c’è nessuno.
Ebbene l’altra sera, in quel di Cesenatico, nella quasi fatiscente struttura denominata ambiziosamente “cupola”, accompagnati dall’entusiastica accoglienza dei numerosissimi partecipanti allo stage, uno dopo l’altro si sono esibiti loro, sì, proprio loro, i “vecchi” maestri, i mitici docenti federali. Difesa da due o tre avversari, difesa da coltello mazza e pistola, kata sincronizzato e relative applicazioni difensive, difesa da seduti, difesa da male intenzionati incluso stupratori, scontri roboanti e improbabili come avviene per ogni esibizione. E poi rottura di tavolette, rottura di tegole, complesse leve articolari, calci volanti, chiavi alla gola, immobilizzazioni, salti, capriole, inchini e riverenze.
Be’ che dire, l’atmosfera era ottima e l’entusiasmo contagioso, il pubblico contento e appagato, tutti gli istrionici attori applauditi, fotografati, complimentati. Io, preda di un sincero coinvolgimento emotivo, ho molto applaudito, a tratti credo perfino di essermi commosso…, non so ancora bene però, se per la suggestiva e toccante esibizione dei miei colleghi, o per aver stolidamente assistito alla prova provata che, maestro o non maestro, non c’è scampo all’inesorabile scorrere del tempo.

sabato, marzo 01, 2008

LA CINTURA BIANCA E ROSSA

“…è un modo per distinguermi… dai gradi inferiori…”. Questa, per sommi capi, la risposta ricevuta dal mio ex allievo quando, non senza un’ombra di deluso stupore, gli chiedevo ragione del fatto che si premurasse, nelle occasioni da egli stesso definite “ufficiali”, cingere ai propri fianchi, di over-cinquantenne, la fiammante cintura “bicolore”.
Per carità! Nulla da eccepire sul fatto, ormai acclarato, che in talune importanti federazioni, una volta insigniti del prestigioso grado di sesto Dan, si sia autorizzati (peraltro senza alcuna attendibile motivazione storica)* ad indossare sopra il candido e ben stirato karategi la vistosa fascia di spesso cotone pressato.
In fondo, quella di potersi e volersi “distinguere” dai gradi bassi variando il colore della cintura, è da tempo prassi utilizzata e condivisa da tutte le scuole di arti marziali operanti in occidente. La “cintura nera”, soprattutto, universalmente segna una principale linea di demarcazione tra la lunga fase del “principiante” e quella, ben più lunga, di “esperto” Karateka.
Un vero e proprio mito la “cintura nera”. Infatti non dimenticheremo quanto sia tuttora presente nell’immaginario collettivo la certezza che, chiunque se ne fregi, possa legittimamente meritare la fama di invincibile combattente. Certo, certo! L’esigenza di sottolineare con concreta evidenza le “differenze”, è presente, in forma più o meno eclatante, in altre numerose realtà socio-culturali: penso ai ministri di tutte le religioni, ai militari di tutti gli eserciti. Persino all’interno di certe congreghe o conventicole o sette segrete, non mancano precisi segni di distinzione che impongono rigorose distanze tra i fedeli adepti e la carismatica figura del Gran Maestro. Segni, appunto. Sin dalle sue lontane origini l’uomo ha avuto bisogno di chiari Segni per riconoscere dogmi religiosi o gerarchie militari o gradino di casta, relativi alla Tribù di appartenenza.
E di Segni e Simboli e Riti, evidentemente abbiamo ancor oggi necessità se vogliamo superare, con serena disinvoltura, le minuterie del vivere quotidiano. Vabbé, non è poi così grave, anzi! Se, come qualcuno ha provocatoriamente asserito, Segni, Simboli, Riti e Liturgie, servono solo ad attribuire importanza alle cose che non ne hanno, possiamo perfino sorriderci sopra. Con alcune eccezioni però. Una su tutte: l’Arte. Quando si parla di “Arte”, quando con rispettosa soggezione ci muoviamo tra le sue onde di luce, il segno, il simbolo, si fa autentico. Lo scarto tra ciò che si è e ciò che si fa, come d’incanto, si annulla. Il problema del doversi distinguere perde di totale consistenza. L’Arte non abbisogna di espedienti distintivi per elevarsi sul mondo. L’Arte non ha bisogno di preziosi abiti talari o sfolgoranti decorazioni o sfarzosi copricapo dorati. Non né ha bisogno poiché sarà proprio il mondo a consacrarla, sarà il mondo a stabilirne l’indiscussa supremazia.
A questo punto, pur consapevole di forzare il ragionamento, chiedo preventivamente che mi si perdoni il paragone. Il karate, inteso nella sua accezione di Arte Marziale. Il Karate, considerato dal punto di vista del raggiungimento della Maestria, anch’esso, come qualunque altra espressione artistica, non può essere riconosciuto e banalizzato attraverso la convenzionale esibizione di segni e simboli. Sono altresì persuaso (e non penso di essere il solo) che, allo stato attuale, il “Dan” non corrisponda più al valore effettivo di chi ne è portatore (inteso dal punto di vista della maestria). Nella maggioranza dei casi il conferimento del “Dan” superiore, si è ridotto a un oggettivo riconoscimento di meritoria anzianità, di encomiabile attiva e fedele militanza nella medesima organizzazione… e questo va bene! Purché lo si ammetta però. E purché, più o meno in buona fede, non si indugi nel comodo equivoco che basti una cintura variopinta a dimostrare quanto alto e irraggiungibile sia il tasso di classe e conoscenza di chi l’indossa. Ma adesso vorrei richiamare la vostra attenzione su quello che definirei un vero e proprio “Trionfo del Paradosso”. Come mio costume, anche in questo caso, mi assumo tutta la responsabilità di quanto mi accingo a dichiarare, convinto comunque che difficilmente potrò essere smentito. Ebbene, fateci caso, i maggiori fautori nonché effettivi portatori della citata cintura bicolore, risultano essere proprio quegli stessi maestri che, con le parole e con i fatti, hanno da tempo abiurato, nonché criticato e irriso, per non dire demonizzato, tutto ciò che nel Karate odora di tradizione. Sempre costoro, infatti, non fanno mistero di considerare quei “tapini”, ancora cocciutamente ostinati a preservarne i presunti valori, poco più di ammuffiti reperti archeologici o incorreggibili nostalgici di pratiche obsolete di fatto destinate all’estinzione. Perciò è possibile, che sempre questi maestri, con buona pace delle tradizioni, indossino (ostentino) con estrema e un po’ tronfia nonchalance, Karategi solcati da striature blu lungo le spalle, scarpe da ginnastica di ultima generazione, perfino importanti orologi stretti sul polso. Però, però, attenzione! Guarda caso, appena si parla di Dan, eccoli pronti, sempre loro, a rivalutare per l’occasione, i già vituperati riti del passato, cingendo attorno al punto vita (un po’ appesantito dagli anni) la fatidica cintura. Che dire? Ma niente, niente! Le polemiche stanno a zero. La mia vuole solo limitarsi ad una normale osservazione, una semplice constatazione. Certi fatti, definiamoli di “costume”, collegati al nostro variegato mondo, si commentano da sé. Ovvero, ognuno è libero di interpretarli nel modo che riterrà più opportuno nonché affine alla propria esperienza e alla propria sensibilità, anche se sono certo, non mancherà chi si sentirà toccato e offeso. Pazienza!
Per quanto mi concerne, quando mi accade di osservare i miei Maestri eseguire quei loro gesti arcani e sapienti, sono felice di veder ondeggiare lungo i loro fianchi, ancorché sbiadita dal tempo e dall’usura, la solita bella gloriosa mai esausta cintura nera.

*Le cinture sono sempre state bianche sino al raggiungimento della nera. La prima cintura bianca e rossa fu quella donata da Jigoro Kano (judo) a Shura Saigo. Sempre nel Judo, Mikonosuke (Maestro operante in Francia), creò la classe degli Shihan (6/7 Dan) distinguendola con la cintura bianca e rossa. Non tutte le scuole di Karate hanno imitato tale prassi. Nello stile Shotokan, in particolare, non sono noti casi di Maestri giapponesi che ne abbiano fatto uso. Nota di (G.S.B).
FERDINANDO BALZARRO

domenica, agosto 13, 2006

LE VIE DELLA SCRITTURA

SCRIVERE…. UN BISOGNO DELL’ANIMA?
No, non vogliamo impegnare anche pittura, scultura e musica; o, almeno, non allo stesso modo. E perché dovremmo? Quando uno scrittore dei secoli scorsi esprimeva un’opinione sul suo mestiere, gli si chiedeva forse di applicarla subito ad altre arti? (…). Si può certamente trovare, all’origine di qualsiasi vocazione artistica, una scelta indifferenziata, che solo più tardi le circostanze, l’educazione e il contatto con il modo determineranno. E, senza dubbio, le arti di una stessa epoca si influenzano a vicenda e sono condizionate dagli stessi fattori sociali. (…) qui, come sempre, non è soltanto la forma che crea diversità, ma anche la sostanza; una cosa è lavorare sui suoni e sui colori, un’altra esprimersi con le parole. (…)
Mi sono permesso di scomodare (anche se solo parzialmente) il grande filosofo e scrittore Jean-Paul Sartre e il suo illuminante saggio Qu’est-ce que la littérature? per sottolineare come non necessariamente la vocazione più o meno innata nei confronti di una determinata forma d’arte faciliti, alla stregua dei canali comunicanti, un approccio altrettanto appassionato e produttivo verso altre arti con caratteristiche affatto diverse nella forma, così come nella sostanza. A maggior ragione quando l’Arte praticata - perlomeno ad un esame superficiale - risulta composta soprattutto di aspetti motori (quindi principalmente muscolari, fondati sull’esaltazione di idonee qualità psicofisiche, quali coordinazione, mobilità articolare, forza esplosiva, resistenza alla fatica, agilità acrobatica e il così detto “talento atletico”).
Per quanto mi concerne, il crescente ancorché tardivo “bisogno”, ormai divenuto impellente, di esporre attraverso la parola scritta pensieri astratti, così come fatti concreti o fantastiche visioni, risente a sua volta di pulsioni interiori nonché naturali predisposizioni (si pensi ai famosi prerequisiti in campo sportivo) difficili da decodificare e tantomeno giustificare nell’ambito del proprio percorso esistenziale. Sta di fatto che, salvo appellarmi all’ineccepibile ineluttabilità del Caso, per ragioni a me ignote, in questi ultimi anni (il primo romanzo è uscito a maggio del fatidico 2000) praticamente senza soluzione di continuità, non ho potuto sfuggire il viscerale bisogno di scrivere e, attraverso tale nuova esperienza, arricchire il mio personale processo di auto coscienza, sino a quel momento ricercato utilizzando una tipologia di Azione (nel senso stretto del termine) frequentemente sospinta oltre confini estremi. Non sono ancora in grado di comprendere quanto l’Arte marziale, o il paracadutismo acrobatico praticati e vissuti (sia emotivamente che temporalmente) con la stessa intensa passione e la indiscutibile serietà del vero “professionista”, possano aver influenzato o addirittura agevolato l’attuale, quasi febbrile, voglia di scrivere! Certo, mi sento di ammettere, che oggi essa riesce ad esaudire con incredibile efficacia uno dei bisogni più segreti e profondi dello spirito.
(…) Le produzioni dello spirito sono dunque, nel loro insieme, anche un atto di cortesia, e lo stile rappresenta il massimo di questa cortesia dell’autore verso il lettore; il lettore, da parte sua, non si stanca mai di ritrovare gli stessi pensieri nei libri più diversi, perché questi pensieri sono suoi e lui non chiede affatto di acquisirne altri, ma solo che gli vengano presentati con magnificenza quelli che ha già. (…). Di nuovo scomodo l’illustre Sartre e il suo Che cos’è la letteratura?, per affrontare l’altro aspetto, altrettanto interessante ed essenziale, che non riguarda più lo scrittore bensì coloro che diverranno i suoi potenziali lettori. In effetti proporre determinate idee piuttosto di altre, utilizzare un certo stile piuttosto di altri, in pratica seleziona, avvicina od allontana, risveglia emozioni, provoca rabbia, commuove gli animi, rallegra il cuore, miete consensi, suscita disprezzo, evoca bellezza. (…) La bellezza, in questo caso, è solamente una forza dolce e insensibile. Da un quadro erompe subito, in un libro si nasconde, agisce per vie di persuasione, come il fascino di una voce e d’un viso; non costringe ma persuade senza averne l’aria, sì che si crede di cedere di fronte a certi argomenti mentre si è invece attratti da un fascino invisibile. (…). Credo che Sartre, ancora una volta, avesse ragione! Senza volerlo in modo esplicito ogni scrittore, con la forza delle sue opinioni, con l’originalità del suo stile, con la persuasione dei suoi argomenti, giorno per giorno, romanzo dopo romanzo, inequivocabilmente presceglie il suo pubblico.

domenica, agosto 06, 2006

LA MANO VUOTA

Vuoto della mente… ideale condizione psichica formalmente intesa quale stato emotivo adatto alla pratica dell’Arte Marziale nella sua originale accezione storica, filosofica e culturale.
Un vuoto auspicabile e opportuno se consideriamo come la nostra mente sia di norma affollata da una sconcertante concentrazione di “pensieri”: generiche preoccupazioni, propositi più o meno buoni, pregiudizi più o meno azzeccati, timori più o meno giustificati, progetti più o meno realizzabili, certezze più o meno plausibili, sentimenti più o meno sinceri, passioni più o meno controllabili e ancora: rabbia cocente, malumore depresso, acide invidie, compassione struggente, speranze soffocate, avvilenti frustrazioni, sordo dolore, cupi turbamenti… E cosa dire del bombardamento medianico a cui, senza soluzione di continuità, il nostro povero cervello viene costantemente sottoposto e, senza scampo, condizionato nonché fatalmente plagiato? Strapagati speaker e accorti estensori di telegiornali pilotati, la melassa che viene sparsa dopo un incidente, i predicatori domenicali, gli invasivi devastanti spot pubblicitari. Incessante soffocamento del malcapitato spettatore con le tossine dell’ipocrisia, vera arma di distruzione di massa nelle mani della televisione Sì! Sarebbe bello svuotare la mente! Sarebbe bello poterla affrancare dal giogo delle convenzioni, liberare dalla morsa dei luoghi comuni, dalla coercizione dei dogmi, dal fanatismo delle ideologie, dalla prigionia degli schemi, dalla dittatura delle regole, dalle bramosie del successo, dalla febbre delle ambizioni… sì, sarebbe proprio bello dare alla nostra mente la possibilità di spiccare il volo e librarsi, simile a un’aquila bianca, oltre la viscida atmosfera che avvolge la Terra… lassù, molto in alto, dove i soffocanti miasmi delle nefandezze umane non possono raggiungerla.
Talune metodologie di matrice indiana quindi cinese e infine nipponiche, grazie alla regolare pratica della meditazione così detta trascendentale, si pongono l’alto obiettivo di ovviare ai danni, spesso irreversibili, che l’uomo (considerato nel suo insieme corpo e spirito) non può rifuggire durante quel breve arco di tempo che, dal momento della nascita a quello della morte, delimita l’esistenza. Ma onde evitare di sprecarsi e magari disperdersi nel mellifluo gorgo della peggiore retorica, tenterò un’analisi (se necessario spinta al limite del dissacrante e con particolare riferimento al karate) su cosa significhi Arte Marziale nel terzo millennio, e proverò a domandarmi chi sono in effetti oggi coloro che la praticano, quali le motivazioni e quale lo spirito e gli obiettivi che si propongono di raggiungere.
Inizierò dall’ultimo interrogativo, convinto come sono, essere proprio l’idea di una meta particolare ad indurre la scelta di un particolare cammino. Credo opportuno premettere che, statisticamente, coloro che decidono di iscriversi ad una scuola di karate siano mossi da aspettative affatto diverse da chi sceglie di praticare calcio o nuoto o tennis o aerobica o bodybuilding, né tantomeno possiamo credere (pur rispettando gli imprevedibili effetti della casualità) che legate a tale scelta non partecipino altrettanti elementi di natura culturale, ambientale e, senza dubbio, soggettive inclinazioni del carattere. Tutto questo per sostenere la tesi che chiunque frequenti una palestra di Judo, Kendo, Karate o Aikido, o Kung Fu, più o meno consapevolmente, è alla ricerca di una Via capace di trascendere la mera performance “atletica” per condurlo (magari nell’arco di un’intera vita) entro imperscrutabili zone di profonda spiritualità. In pratica l’arte marziale, nella sua forma eccellente, viene intesa e promossa quale straordinario strumento di conoscenza interiore. E purtroppo, proprio su questo punto, rischiano di concentrarsi i peggiori malintesi, le più aberranti speculazioni nonché infide millanterie, fanatismi, vuoti rituali, inadeguate reazioni emotive, aggressività represse, falsa sicurezza, le ossessioni malate del superman, il subdolo proselitismo dell’imbonitore. Offuscato da tale spregiudicato travisamento, deviato da infondati deliri di onnipotenza, l’incolpevole praticante corre il serio pericolo di smarrire proprio quella strada maestra che giorno dopo giorno avrebbe potuto condurlo, attraverso la positività della propria individuale esperienza, al raggiungimento della più ardua delle conoscenze, cioè la coscienza dell’unicità del proprio “Io”.
Infatti, per afferrare le forze soggiacenti che muovono le vicende umane, occorre scavare nel profondo di se stessi così da riportare alla luce quei temi mitici che, attraversando i tempi, ne caratterizzano le azioni.
Concesso quindi che questo sia l’obbiettivo primario di chiunque investa buona parte del suo tempo nello studio delle discipline orientali da combattimento, proviamo a domandarci cosa effettivamente oggigiorno è rimasto, oltre la gestualità tecnica, del loro spirito originale?
A mio giudizio, con eccessivo semplicismo, il termine Arte viene accostata alla parola Marziale presumendo che i due sostantivi, di fatto in antitesi, possano non solo inglobare semanticamente il medesimo concetto ma addirittura complementarsi a vicenda. Inoltre la convinzione, al limite della paranoia, che spetti esclusivamente all’individuo farsi carico della propria sicurezza e che l’autoconservazione sia la prima legge della natura in una società basata principalmente sulla sopraffazione, diviene bandiera e mito della identità culturale della figura più emblematica delle arti marziali di matrice giapponese: il Samurai. Cavaliere altruista ed intrepido, grande spadaccino, esteta, spietato sicario, custode della pace, vendicatore del suo signore, mercenario senza scrupoli. In battaglia ispira terrore, con la spada falcia teste e miete gloria, il suo codice gli ordina di preferire la morte alla sconfitta. Indiscusso protagonista del duro e feroce medioevo giapponese, egli racchiude in sé gli aspetti più tragici e violenti della sua epoca mescolati con il gusto tipicamente nipponico per la raffinatezza, il piacere dell’amore e delle lacrime, la contemplazione poetica della natura nel momento della morte, l’ebbrezza della più totale assenza di paura. Incapace di accettare qualunque pensiero che non sbocchi nell’azione, il Samurai vede nel Seppuku (suicidio rituale) la fine ideale dell’eroe guerriero che non vuole subire la sconfitta ma bensì dominarla. Ebbene, proprio da questa figura complessa che, poco dopo aver squarciato qualche pancia, compone poesie e si commuove per il sorgere brumoso della nuova alba, deriva la visione più tipica e nel contempo astratta dell’Arte Marziale dei cui segreti e discutibile valore, molti maestri dei nostri giorni vengono impropriamente considerati degni portatori. In verità (se abbiamo l’onestà intellettuale e il coraggio di ammetterlo) a somiglianza di un’opera artistica “l’Arte” del combattere è messa in cornice, esposta in sequenze selezionate (Kata), acquista unità interna, è limitata nel tempo, può essere interrotta quando si vuole, spegnerla ed accenderla a proprio piacimento. Tutto finto… solo una grande simulazione, una riproduzione in provetta della “cosa autentica”. Il simulacro implode con maggior realismo dello stesso “reale”. La sceneggiata melodrammatica, l’immagine visionaria costruita artificialmente sul piano emotivo diviene più persuasiva dell’evento a cui si è ispirata. Su tale impostazione metodologica (Kihon, Kata, Kumite) su questo progetto immaginativo (avversari immaginari, combattimenti con colpi controllati, garanzia di incolumità del contendente, bersagli simbolici) si fonda la moderna pratica delle principali discipline orientali. Il vero è divenuto il verosimile, la tragica lotta per la vita si trasforma in commedia, gli atti eroici ed estremi mutano in misera pantomima. Un gioco… ebbene sì! Una partitella giocata con se stessi, uno scontro virtuale, un dramma dagli esiti prestabiliti. E anche quando trafelati sino al limite della resistenza sentiamo i polmoni ingolfarsi di ossigeno e il cuore scoppiare colmo di sangue, o quando il combattimento si fa troppo duro e l’avversario pericolosamente irruente, dentro il nostro petto dilaga, calda e rassicurante, la certezza che qualcuno o qualcosa (arbitro, cronometro, regolamenti) interverrà in tempo utile a risparmiarci la gelida levità della morte. Ma attenzione! Non stupiamoci! Né tantomeno scandalizziamoci! L’incivilimento dei costumi e il progresso delle idee durante gli ultimi secoli ha portato negli stadi, in pasto alla folla esaltata, non più il massacro di fiere e gladiatori bensì aitanti giovanotti in mutande a caccia del pallone, ha avvolto i pugni chiusi del pugile non più con borchie appuntite ma con calibrati guantoni, la punta della spada degli schermitori è resa innocua dalle protezioni in dura gomma, le affilatissime lame della katana (anima del Samurai) vengono fabbricate con canne di bambù e abbattono i loro terribili fendenti sopra elmi massicci e maschere impenetrabili, le coriacee nocche del karateka indurite al Makiwara, rimangono nascoste sotto eleganti guantini in finta pelle, i tanto decantati e temuti colpi “mortali” in grado di uccidere al primo impatto sfiorano appena la pelle del viso e rimbalzano innocui contro corpetti imbottiti e parastinchi anatomici. Solo le guerre sono vere… solo le guerre, mai abiurate dalla implacabile furia della follia umana, vedono scorrere sangue… tanto sangue da annegare la Terra.
Ciò è quanto resta delle Arti marziali, più che mai e giustamente adattate ai tempi, alla civiltà, alla concezione “ludico sportiva” della vita moderna. Dell’invincibilità promessa, dei loro codici d’onore, della loro millenaria tradizione, del loro nobile orgoglio, cosa rimane? D’accordo! Ma cerchiamo di trattenere qualcosa… proviamo a non disperdere l’insegnamento profetico dei Maestri quando dicevano che non vi è limite alla ricerca, non esiste termine alla comprensione, e la tanto agognata meta è quel punto luminoso che brilla laggiù, in fondo al cuore.La mano è vuota… proviamo a fare il possibile per impedire che si svuoti anche l’anima.

sabato, agosto 05, 2006

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KARATE - BREVE CRONISTORIA

Di quella che “FU” un’Arte Marziale

Più che mai determinato a superare con un unico atletico balzo l’annosa nonché faziosa diatriba che da sempre contrappone i diversi “Storici” cocciutamente impegnati a rivendicare l’originalità e la purezza di questo o quello stile di Karate, e baipassando con altrettanta decisione la noiosa, abusata storiella dei contadini o monaci disarmati da un editto imperiale costretti a difendersi a mani nude dall’attacco di feroci briganti, inizierò questa brevissima, parziale e per certi versi irriverente cronistoria, rifacendomi al ristretto periodo che (grazie a fonti certe sostenute da altrettanto certi riscontri documentali) può garantirci sufficiente attendibilità storica ovvero plausibili interpretazioni dei fatti presi in esame. Resta inteso che non sussiste dubbio alcuno sulla comune “patria” dei vari stili o sottostili di Karate tuttora praticati: Okinawa, la maggiore delle isole componenti l’affollato arcipelago delle Ryu kyu a sud della penisola giapponese. Per oltre sei secoli essa rimase pacifica colonia commerciale nonché sicuro porto d’attracco delle navi mercantili provenienti dalla vasta Cina. Né si può ragionevolmente dubitare che furono proprio le antichissime, collaudate ed evolute tecniche di pugilato cinese (genericamente conosciute col nome Cung Fu), ad influenzare in profondità, nella forma e nella sostanza, il rozzo metodo di autodifesa praticato dalla popolazione autoctona di allora. Ai primi del 900, in tempi relativamente brevi e per motivi soprattutto nazionalistici, il metodo di lotta a mani nude, già battezzato Karate (Mano Vuota), “sbarcò” in Giappone subendo ulteriori contaminazioni tecnico-culturali, questa volta di netta matrice nipponica, soprattutto legate alla filosofia del Budo (famoso codice comportamentale dei mitici guerrieri Samurai).
Ma bisogna attendere gli anni cinquanta e il progressivo inarrestabile diffondersi, per strade diverse e diverse ragioni, dei suoi principali stili (Shotokan, Shito, Vado, Goju) in tutto l’occidente, per cominciare a riconoscere il Karate così come attualmente viene inteso e di fatto praticato. In Italia, all’inizio degli anni sessanta, sarà l’avvento dei Maestri giapponesi a segnarne il timido avvio che, nel giro di pochi anni, porterà la pressoché sconosciuta misteriosa arte marziale, ad occupare i primi posti nella classifica delle attività “sportive” più seguite sul territorio nazionale. Da allora sino ai nostri giorni, Federazioni più o meno accreditate, Associazioni più o meno riconosciute, Enti di promozione più o meno politicizzati, Organizzazioni private più o meno credibili, Maestri e professionisti più o meno seri, cercano di dividersi (per non dire contendersi) la succulenta torta farcita dal popolo di centinaia di migliaia (difficile la stima esatta) di fedeli appassionati.
Un Arte Marziale che, vittima dei tempi, non ha potuto (o voluto) sottrarsi alle devastanti e riduttive gestualità tecniche legate all’alta specializzazione sportiva con il conseguente progressivo depauperamento dei valori filosofici ed etici tipici della sua tradizione; oltre soggiacere alle speculazioni, non propriamente nobili, sempre più spesso finalizzate al soddisfacimento di spocchiosi “Maestri” e furbi “Dirigenti” senza scrupoli e soprattutto senza vergogna, pronti a “venderla” sul mercato del loro misero interesse personale.