Recensione Vinicio Steccanella: "Il cane che aspettava le stelle"
Balzarro con “Il cane che aspettava le stelle” mette ancora una volta in mostra la sua preziosa vena artistica, assecondandola meravigliosamente. Libro dopo libro, ci stupisce per il progresso continuo, quasi una accelerazione, per la sempre maggiore completezza e la profondità di pensiero. Ci affascina con la sua scrittura non convenzionale, che presenta accenni barocchi senza essere pretenziosa, con la sua caratteristica corposa aggettivazione che non risulta mai ridondante. Balzarro invita alla riflessione, chiama approfondimenti. Non abbellisce, mostra. Seduce senza compiacere, affascina senza omologare.
Nei precedenti romanzi, i personaggi suscitavano emozioni controverse: spesso era l’invidia, per lo status o i costumi disinvolti, talvolta una stizzita avversione, raramente simpatia. Questa volta invece Balzarro ci viene incontro, stemperando il suo consueto cinismo in un crudo realismo. Mai come questa volta i personaggi richiamano solidarietà e suscitano commozione.
L’architetto Filippo Menfi è un uomo di genio e il successo permea la sua vita, lo accompagna, ne riveste la scorza, ne condisce cinicamente i pensieri. Un dramma familiare, il più sconvolgente in assoluto, inaspettatamente lo travolge e nulla sarà più come prima. La ricerca di qualcosa di inopinatamente perduto, il desiderio di conoscere quanto fino ad allora trascurato, lo pone nella condizione di ripensare, se non ad una nuova vita, ad una esistenza diversa. Lentamente muta pelle, svestendosi progressivamente delle sovrastrutture dettate dal successo. Tutto sarà reso più facile attraverso l’inaspettato incontro con Lara e nel rapporto tra uomo e animale che inevitabilmente si instaurerà. Da quel momento guarderà il mondo anche attraverso il filtro degli occhi di quella compagna di vita che lo sorprenderà per la dedizione assoluta, la disponibilità totale e la fedeltà incorruttibile.
La presenza narrante di Balzarro ci conduce alla scoperta di un uomo, disseziona con il bisturi il suo cuore confuso e ferito e la vicenda diventa pretesto per una analisi dei nostri tempi e dell’umanità intera.
I romanzi di Balzarro al pari di una salita in montagna non sono sempre una esperienza agevole. Impongono una lettura priva di distacco, rendono quasi necessario il coinvolgimento, spesso restituiscono il turbamento di una condivisione. Si sale di metro in metro, si avanza di pagina in pagina, qualche volta il percorso è più facile, qualche passaggio è più drammatico o spiazzante di altri. L’esperienza è resa faticosa dalla tensione e dai tumulti del cuore, alimentati dall’aspettativa e dall’immaginazione, confermati nella sorpresa davanti ad un accesso impensabile fino alla pagina precedente.
Si sale, pagina dopo pagina, assaporando emozioni talvolta contrastanti, scacciando una qualche piccola angoscia che potrebbe far desistere, assecondando il piacere della scoperta, sospinti dall’esaltazione e dal conforto di una suggestione profonda. Al termine del percorso, qualcuno troverà una meravigliosa distesa sul mondo e l’inizio di una discesa, altri un profondo precipizio e l’inevitabile fine. E’ la sensazione di una notte trascorsa appesi in parete, stretti ad una vita agganciata ad un chiodo. Alla fine, un brivido freddo di esaltante bellezza ti avvolge.
Dieci, è il voto dell’eccellenza, oltre che il numero dei libri già pubblicati da Ferdinando Balzarro. In un semplice numero cardinale si intersecano una valutazione e un dato oggettivo, ne condividono uno spazio, quali somma di merito e di sostanza. Nel libro “Il cane che aspettava le stelle” si combinano così il valore di un giudizio e quello di una concreta esperienza creativa: Dieci.
L’aspettiamo ancora signor Balzarro, con nuove storie che lei ha dato prova di saper raccontare. Il nostro mondo oramai decadente, ha bisogno di nuovi eroi, giovani o vecchi che siano, con un passato losco o da galantuomini, donne schiacciate dalla loro stessa esistenza, ragazzi impossibilitati ad averne una, soprattutto persone normali, che non lasciano che le giornate scorrano inutili; l’aspettiamo ancora, magari con la storia di qualcuno per cui invecchiare ha avuto un senso.

